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Rotta verso St. Kilda

Il cielo si presentava grigio e cupo con le prime luci dell’alba, il vento era freddo e non prometteva nulla di buono ma eppure eccomi lì, assonnata, imbacuccata e con lo sguardo dritto sul mare.
Erano le cinque del mattino a Uig, una piccola cittadina situata nella penisola del Trotternish, la zona più settentrionale dell’Isola di Skye. Questa località è famosa per le aree rocciose dall’aspetto insolito, per le scogliere a dirupo sullo scuro oceano e per luoghi fatati come il Faerie Glen.

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Le magnifiche spiagge vicino al Castello di Duntulm (costa settentrionale del Trotternish / Isola di Skye) – Agosto 2016 / Foto non modificata, bellissimi i colori naturali

I cittadini dormivano ancora sonni tranquilli, a quell’ora del mattino, ma per la strada giravano gruppi di buffi coniglietti selvatici alla ricerca di cibo nei giardini.
La nostra destinazione era il porto, dove i pescatori erano già attivi con i loro berretti di lana infeltrita sulla testa e le galosce nei piedi; il vento soffiava cantando una melodia malinconica, creando parecchie onde che morivano sulla sabbia della piccola baia.
Era il 10 Agosto 2016, e nonostante fossimo in piena estate, io indossavano un maglione di lana, una giacca a vento, una fascia scalda-orecchie, dei leggings felpati, dei pantaloni in cerata e gli scarponi da trekking. Come ogni anno fuggivo dal caldo italiano, verso zone selvagge e verdi per vivere meravigliose avventure. Era il mio secondo anno in Scozia, una terra che ho sempre amato, in cui misi piede per la prima volta un anno prima, nell’agosto 2015.
Visto che l’anno precedente avevo già visitato gran parte dell’Isola di Skye, Giordano mi regalò per il mio compleanno il pacchetto per una nuova avventura: una giornata presso la principale isola dell’arcipelago di Saint Kilda.
Presso il porto di Uig, sul pontile in legno, ci attendevano due persone molto importanti in questo mio racconto: Nicola “Niki” Boulton e Derek Gordon, due skipper e guide esperte dei tour di “Go To St Kilda“.
N. B. Prima di narrarvi il viaggio voglio dirvi che questo post non è una collaborazione ma l’ho scritto solo per piacere personale.
Oltre Niki e Derek, piano piano, arrivarono sul pontile i nostri compagni di viaggio; noi eravamo gli unici italiani, gli altri erano scozzesi e canadesi. La famiglia canadese era molto felice perché i giorni precedenti la gita era stata sempre cancellata per via del brutto tempo che imperversava da settimane in Scozia.
Derek ci disse che anche quella mattina la gita era in bilico per essere probabilmente cancellata, ma per nostra fortuna decisero di affrontare comunque il tragitto, perché i giorni seguenti era previsto meteo ancor peggiore.
Ci aspettava un lungo viaggio di quattro ore e mezza nell’immenso Oceano Atlantico, a bordo di un’imbarcazione che conteneva massimo 12 passeggeri (e non c’era posto per tutti al coperto). Niki prese delle scatole in plastica dalla barca e tirò fuori delle imbracature di sicurezza con salvagenti annessi, invitandoci a indossarle prima di salire a bordo.

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Il puntino rosso è il porto di Uig (Isola di Skye) da dove siamo partiti verso l’arcipelago di St Kilda. Grazie alla mappa si può notare la distanza dalla terra ferma scozzese.

Io ero molto emozionata e inconsapevole di quello che stava per succedere.
Quando lasciai il Bed & Breakfast, decisi di non fare colazione con i sandwich che la gentilissima signora mi aveva preparato, perché non sapevo se soffrivo di mal di mare.
Presa dalla situazione e dai preparativi, misi in borsa le pastiglie anti nausea senza leggere le indicazioni: arrivai sull’imbarcazione senza sapere che andavano prese almeno una mezzora prima del viaggio.
Partimmo verso le 6.40 del mattino e decisi di prendere posto all’esterno dell’imbarcazione per godermi a pieno il panorama.
Mentre fissavo la bellissima scia schiumosa che la barca creava allontanandosi sempre più dal porto, abbandonando la tondeggiante e rassicurante baia, mi resi conto che di fronte a me si iniziarono ad intravedere le Ebridi Esterne con l’apparizione tra la nebbia delle isole di North Uist sulla sinistra e Lewis & Harris sulla destra. Il cielo si faceva sempre più cupo ma il mare, nonostante tutto, era ancora abbastanza calmo, quindi decisi di fare la cosa che segnò il destino del mio viaggio di andata: aprii un pacchettino contenente due biscotti allo zenzero e, canticchiando canzoni da marinaio ubriaco, decisi di fare colazione con vista oceano.

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L’inizio del viaggio con il tour Go To St. Kilda, la mia faccia felice (ancora per poco) e la mia mise poco fashion sportiva / Agosto 2016

Ovviamente io non sono un marinaio e questo fa capire quanto non me ne intenda della vita di mare, perché superato lo stretto del Minch (che divideva Lewis & Harris e North Uist dall’oceano aperto), l’acqua diventò il nostro principale nemico.
Premetto che sono una persona abbastanza agorafobica, il solo sfogliare le riviste di National Geographic con le foto di enormi distese di ghiaccio e oceano scuro mi mettevano ansia; è una cosa strana da spiegare, perché i mari del nord, i ghiacciai, ecc, mi hanno sempre affascinato e terrorizzato allo stesso tempo, quindi la mia paura principale era l’ansia del mare aperto ma non si rivelò quello il problema.
Ero stata invitata ad entrare al coperto ma, seduta sui divanetti interni, iniziai a vedere ogni oggetto dondolare e quindi decisi di tornare all’esterno per respirare un po’ di aria fresca; uscendo dalla porta scivolai clamorosamente sul pavimento di plastica ricoperto di acqua e, strisciando come un soldato in Vietnam, mi misi seduta a poppa.
Le onde si fecero sempre più grosse e alte, iniziò a piovere e nel giro di pochi istanti il mare era in burrasca come nei film colossal apocalittici. Fu in quel preciso istante che mi pentii di aver mangiato quei due innocui biscotti allo zenzero.
Purtroppo non è piacevole da raccontare, alla gente piace leggere di avventure ben riuscite con intrepide persone sempre perfette, ma io non sono quel tipo di eroina e finii per vomitare in mare aperto. Continuai a vomitare in un sacchetto, per TRE ORE E MEZZA.
Non volevo saperne di rientrare al chiuso, così mi ritrovai fradicia per colpa della pioggia e delle onde che ci assalivano all’esterno: tremavo, colpita dalla nausea ogni tre per due con il mio sacchetto in mano e blateravo cose senza senso in italiano che la famiglia canadese accanto a me non comprendeva. Iniziai a credere di essere vicina alla morte, senza essermi goduta il viaggio e con il vago ricordo di onde così alte che sembrava di essere sulle montagne russe. Mi venne confermato che era stato un viaggio parecchio pericoloso, con onde che si alzavano di svariati metri.
Piano piano l’oceano divenne sempre più amichevolmente calmo, aprii gli occhi e Giordano mi fece notare quella cosa che i naufraghi desiderano nelle loro più paradisiache visioni: dritto a noi, TERRA!

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Hirta / Agosto 2016

Ma ovviamente era troppo semplice attraccare subito al porto, le mie peripezie non erano concluse e uscendo sulla poppa mi ritrovai Derek che, con un sorriso smagliante e sicuro, mi incitava a saltare a bordo di un gommone. Il gommone in questione, distava parecchi centimetri dal pavimento su cui mi trovavo, diviso da una lastra di onde scure e poco rassicuranti. Alla fine saltai e, non so come, finii a bordo della scialuppa arancione diretta verso le scogliere con delle scale per salire in cima al porto. Niki mi diede gentilmente una borsa dell’acqua calda da portare con me sotto la giacca e ci dissero che avevamo quattro ore per girare in completa libertà.
Come vi dicevo prima, Saint Kilda è un arcipelago, Patrimonio dell’Unesco, delle Ebridi Esterne contenente le quattro isole principali: Hirta, Dún, Soay e Boreray.
Noi attraccammo a Hirta, l’isola maggiore, dove la terraferma scozzese dista 160 km e le Ebridi Esterne più vicine quasi 62 km. Latitudine 57° Nord, circa.
Il tempo non era migliorato, iniziò a piovere prima finemente e poi con veri e propri scrosci d’acqua accompagnati da fortissime raffiche di vento che impedivano quasi il movimento e la vista oltre il proprio naso.
Hirta, nonostante il maltempo, era meravigliosa e indomita.
Di fronte a noi si stagliava la bellissima baia, “Village Bay”, che si affacciava su uno scenario drammatico e completamente selvaggio fatto di scogliere altissime che spiccavano nascendo dalle profondità del misterioso oceano.

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Due foto a confronto: Village Bay a fine Ottocento (foto presa da internet) e Village Bay Agosto 2016

I primi insediamenti di vita umana a Hirta, nonostante sia la parte più remota delle isole britanniche, risalgono alla lontana preistoria, più precisamente al Neolitico.
Sull’isola vennero rinvenute antiche tombe vichinghe e le rovine di tre cappelle cristiane dedicate a San Brendano, San Columba e al Corpo di Cristo.
Non si conosce molto dell’antica storia dell’isola, ma nel 1202 un chierico irlandese scrisse riguardo delle isole chiamate “Hirtir”.
Alle nostre spalle, sul pendio della collina, si trovavano delle casette in pietra ormai senza tetto e infissi ed è qui che parte la drammatica storia degli ultimi abitanti dell’isola, i Kildani.
Vivere a Hirta significava sopravvivere, conducendo uno stile di vita duro e ostile.
Molte persone possono pensare che essendo un’isola, il più grande sostentamento per gli abitanti derivasse dalla pesca; purtroppo non era così perché in ogni stagione la spiaggia della Village Bay viene quasi sempre sommersa da onde alte più di tredici metri, rendendo difficoltosa sia la pesca che l’approdare delle imbarcazioni.
Le condizioni climatiche estreme rendevano difficoltosa anche la parte di lavoro riguardante la coltivazione, per colpa delle grandi raffiche di vento e il terreno spesso impregnato dalle troppe piogge. I Kildani allevavano soprattutto pecore, da cui ricavare latte, lana e carne, ma il cibo principale sulla tavola di ogni famiglia erano uccelli marini, tra cui i Puffin o Pulcinelle di mare. Gli isolani erano abili scalatori e le loro vite dipendevano soprattutto dalla carne e dalle uova di questi volatili, che nidificavano in colonie su terreni ripidi e pericolosi. La gente si issava sulle pareti rocciose usando corde, i bambini erano ideali per questo compito perché erano molto più leggeri ma ovviamente le tragedie non erano rare.
Sulla baia, oltre le antiche abitazioni, si possono ammirare i cleit, delle piccole e basse capanne in pietra che avevano la funzione di magazzini per contenere svariati cibi come pesce essiccato, uova, cerali, patate, torba, attrezzi da lavoro e le carcasse degli uccelli marini salati.

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I Kildani e la caccia agli uccelli marini sulle scogliere / Foto (prese da internet) datate anni ’90 dell’Ottocento
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Un Cleit con due simpatiche caprette che si riparavano dalla pioggia / Agosto 2016

L’isolamento degli abitanti locali e la dipendenza dalla natura li rendeva più inclini al druidismo che al cristianesimo. Nel 1705, un missionario di nome Alexander Buchan arrivò a Saint Kilda e tentò per anni di convertire le persone con scarsi risultati; nel 1822 arrivò sull’isola il reverendo John MacDonald, riuscendo dove Buchan aveva fallito. Si dedicò con zelo alla propria missione, predicando lunghi sermoni e raccogliendo fondi, durante i suoi spostamenti fuori dall’arcipelago, per aiutare la povera gente di Hirta. Otto anni dopo lasciò per sempre l’isola tra le lacrime sincere di tutti gli abitanti.
Il suo successore, che arrivò il 3 luglio 1830, fu il reverendo Neil Mackenzie, Ministro della Chiesa di Scozia; egli migliorò radicalmente le condizioni di vita locali, riorganizzando l’agricoltura e la ricostruzione di un vero e proprio villaggio con una scuola e una chiesa. Vennero costruite sulla baia sedici case moderne fatte in pietra e con i tetti in paglia, così da abbandonare per sempre le vecchie abitazioni medievali.
Lui e la moglie insegnarono ai kildani a leggere, scrivere e fare i conti e la vita scorreva tranquilla fino quando Mackenzie se ne andò lasciando il posto al reverendo John Mackay nel 1865. Mackay fece di tutto per distruggere la serena vita locale e introdusse l’usanza che ogni domenica tutte le persone dovevano riunirsi in chiesa per ascoltare sermoni della durate di tre o più ore. I bambini che facevano rumore in chiesa erano obbligati a leggere per il resto della giornata la bibbia e spesso i vascelli che portavano il cibo venivano rimandati indietro perché gli isolani erano segregati in chiesa per le preparazioni della messa domenicale. I kildani sopportarono per ventiquattro anni questa dittatura religiosa.

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In prima fila sulla collina vediamo i cottage costruiti nell’Ottocento, sul retro i ruderi medievali e qualche resto degli alloggi primitivi / Agosto 2016 (La foto è sfocata per colpa della troppa pioggia e dell’acqua entrata nell’obbiettivo della Reflex)

Tra le rovine più interessanti dell’isola troviamo “‘La casa di Lady Grange”; Rachel Chiesley, conosciuta con il nome di Lady Grange, fu la moglie di James Erskine, Lord Grange, un politico scozzese simpatizzante giacobita. Stanca dei continui tradimenti del marito, Rachel iniziò ad avere comportamenti instabili e iniziò a parlare di ricatti, di correre nuda per le strade di Edimburgo o di togliersi la vita. Lord Grange era preoccupato per la sua posizione sociale e per le voci che iniziarono a girare sulla sua vita privata, quindi decise di attutare un piano: Lady Grange fu rapita da casa sua la notte del 22 gennaio 1732 da due nobili delle Highlands e venne segregata per sei mesi in una torre disabitata a Falkirk. Venne poi spedita sulle Monach Islands (Ebridi Esterne), mentre il marito diede la triste notizia della sua falsa morte e ne organizzò addirittura il funerale; qui restò prigioniera per due anni, vivendo in condizioni di totale miseria e senza sapere il nome del luogo su cui risiedeva.
Nel giugno del 1734 Lady Grange venne trasferita sull’isola di Hirta, dove nessuno parlava inglese e dove la sua nuova abitazione era un alloggio molto primitivo, con il pavimento di terra e la pioggia che colava lungo le rocciose pareti.
Qui Rachel passava le sue giornate a dormire, a bere whisky e ciondolare in lacrime per la baia lamentandosi del suo amaro destino, in una lingua incomprensibile ai locali. Scrisse due lettere, che inviò in totale segretezza probabilmente aiutata da Roderick MacLennan, il ministro dell’isola: una era indirizzata al suo avvocato Thomas Hope e la seconda al Dr. Carlyle, ministro di Inveresk. Hope era venuto a conoscenza del rapimento di Lady Grange da Edimburgo, ma restò sconvolto quando lesse le condizioni estreme di vita cui era stata sottoposta, quindi decise di pagare di tasca sua una spedizione con venti uomini armati per salvarla.
Salparono il 14 febbraio 1741 ma quando arrivarono nell’arcipelago di St. Kilda di Rachel non c’era nessuna traccia; venne trasferita probabilmente molti mesi prima, dopo aver scoperto che era riuscita ad inviare delle lettere. Venne trasportata sull’isola di Skye e tenuta nascosta per 18 mesi all’interno di una grotta e, dopo svariati spostamenti, morì a Trumpan il 12 maggio 1745 a sessantasei anni, dopo più di tredici anni di folle prigionia.

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I ritratti di Lady e Lord Grange; al centro l’alloggio primitivo dove venne lasciata Lady Grange su Hirta (Immagini prese da Internet)
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Trumpan Church (Isola di Skye), dove si trova la tomba di Lady Grange / Agosto 2016

Sempre in tema giacobiti, famoso fu l’aneddoto riguardante Bonnie Prince Charlie.
Girava voce che il principe, scappando dalla disastrosa sconfitta di Culloden (1746), fosse fuggito nell’arcipelago di St. Kilda; gli inglesi mandarono delle truppe per scovarlo, ma arrivati a Hirta trovarono l’isola completamente deserta.
Gli abitanti, pensando che la nave in arrivo fosse colma di pirati, si rifugiarono impauriti nelle grotte sul lato opposto dell’isola. I soldati, dopo aver conquistato la fiducia dei kildani, scoprirono non solo che erano all’oscuro dell’esistenza del giovane pretendente ma pensavano che sul trono d’Inghilterra sedesse ancora Giorgio I, morto quasi vent’anni prima. Questo è per farvi capire lo stato d’isolamento dei locali.
Durante i conflitti della Prima Guerra Mondiale, la Royal Navy costruì una stazione di segnalazione su Hirta e vennero stabilite comunicazioni giornaliere con la Gran Bretagna. La mattina del 15 maggio 1918, a causa di una risposta tardiva, un sottomarino tedesco arrivo presso la Village Bay e cominciò a bombardare l’isola; vennero sparate 72 cannonate e la stazione della Royal Navy venne completamente distrutta, chiesa e molo danneggiati ma non ci furono vittime.
Molte persone lasciaro Hirta verso la fine dell’Ottocento per emigrare in Australia, altri se ne andarono durante la Grande Guerra ma la grande evacuazione dell’isola avvenne nel 1930. Per secoli e secoli i Kildani avevano vissuto in un completo stato di isolamento ma grazie alle nuove tecnologie di comunicazione esterna, capirono che per troppo tempo s’erano privati di una vita più semplice.
Nel 1926 una grande influenza colpì Hirta, causando la morte di svariate persone; sempre in questo decennio, la popolazione venne colpita da una carestia dovuta ad una serie di disastrosi raccolti ma la goccia che fece traboccare il vaso fu la morte di una giovane fanciulla, Mary Gillies, che nel gennaio 1930 morì di appendicite.
Era il 26 agosto 1930 quando gli ultimi 36 abitanti vennero trasferiti, su loro richiesta, sulla terra ferma scozzese, precisamente nel paese di Lochaline sulla penisola di Morvern.
« Il mattino dell’evacuazione il tempo prometteva bene. Il sole usciva da un mare tranquillo riscaldando le impressionanti alture di Oiseval. Secondo la tradizione gli isolani lasciarono una Bibbia aperta e un mucchietto di avena in ogni casa, chiudendo le porte, e alle 7 del mattino si imbarcarono sulla Harebell. Si dice che fossero allegri per tutta la durata dell’operazione. Ma, mentre gli altipiani di Dùn sparivano all’orizzonte, si resero conto di quello che stava succedendo, e cominciarono a piangere. »

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Kildani (Foto prese da internet)
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Le donne di Hirta (Immagini prese da internet)
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L’evacuazione, 1930 (Foto presa da internet)

Ora l’arcipelago di St. Kilda era completamente disabitato e venne comprato, nel 1931, da Lord Dumfries, in seguito quinto marchese di Bute.
Le isole non presero parte attiva durante la Seconda Guerra Mondiale ma ci furono tre disastri arei in questa zona.
Nel 1955 il governo britannico decise di includere Saint Kilda in un’area di test missilistici e, per questo motivo, l’arcipelago venne nuovamente abitato e vennero costruiti nuovi edifici militari e il primo negozio dell’isola, il “Puff Inn”.
Alla sua morte, avvenuta il 14 agosto 1956, il marchese di Bute dispose per testamento che l’arcipelago venisse donato al National Trust for Scotland.
Nel 1986 le isole divennero il primo sito della Scozia a essere elencato tra i Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
Tornando a noi..
Purtroppo, per colpa del mal tempo, non riuscimmo a visitare completamente Hirta; le mie scarpe da trekking erano completamente inzuppate di acqua, così come ogni abito in cerata che non reggeva più questa insistente tempesta.
Hirta resta un’isola disabitata, ma ogni sei mesi gruppi di volontari arrivano dalle città moderne scozzesi, per vivere su questo luogo selvaggio e isolato. Da anni si prodigano alla ristrutturazione dei vecchi cottages che i Kildani avevano abbandonato, rendendoli di nuovo abitabili, alla gestione del negozio di souvenir (dove ho conosciuto una ragazza che mi raccontava che ogni anno attende scalpitando di poter venire qui e vivere fuori dal mondo per sei lunghi mesi su questa magnifica isola) e ad ogni cosa riguardante il turismo e la tutela dell’ambiente.
Era arrivato il momento di ritrovarsi all’interno della chiesa, dove ci venne offerta della cioccolata calda accompagnata da una fetta di torta e qui ci preparammo al ritorno.
Questa volta presi in tempo le pastiglie contro il mal di mare e una volta a bordo mi ritrovai assonata ma tranquilla e nonostante il mare fosse ancora in burrasca, Derek decise di mostrarci comunque le isole rimanti: Dún, Soay e Boreray.
L’isola di Dún appare quasi collegata a Hirta ma in realtà sono separate dal cosiddetto Caolas an Dùin (stretto di Dùn). Soay è un isolotto non del tutto disabitato, perché ospita le cosiddette pecore di Soay, i più vecchi animali addomesticati in Europa e rimasti senza cambiamenti genetici sin dai tempi del Neolitico.
Gli abitanti di Hirta possedevano circa 2.000 pecore, molte delle quali seguirono i proprietari durante l’abbandono dell’isola, ma alcune restarono sparse tra Hirta e Soay, dove si adattarono alla vita e dove tutt’ora le si possono vedere allo stato selvatico.
Arriviamo di fronte a Boreray, la più piccola delle isole ma quella più selvaggia e dall’aspetto drammatico; questa è la casa di una razza estremamente rara di pecore, le Blackface Boreray (non vanno confuse con le pecore Soay, sono piccole pecore cornute e sono la razza di pecore più rara nel Regno Unito).

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Qualche scatto delle isole dall’imbarcazione / Agosto 2016

Prima di rimetterci in rotta verso Skye, trovammo una bellissima sorpresa vicino a Boreray: uno stormo di Puffin (Pulcinelle di Mare) intenti a pescare tra le onde dell’oceano (evento molto raro, perché ad Agosto le pulcinelle sono già migrate verso nord).
Derek mi chiamò al timone proprio per indicarmeli e con la faccia stupita, gli dissi che non me li immaginavo così piccoli ma grandi come pinguini (ovviamente lui rise sentendo questa mia affermazione)!

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Il nostro primo e ultimo incontro con le simpatiche Pulcinelle di Mare / Agosto 2016

Un po’ per via degli effetti del farmaco, un po’ per il cullare del mare e un po’ per la stanchezza, mi addormentai per tutto il viaggio di ritorno (dannazione, per due volte non mi sono goduta nulla..); mi risvegliai poco prima dell’approdo al porto di Uig, con un terribile torcicollo dato dalla posizione scomoda e dai vestiti inzuppati d’acqua.
Niki diede a tutti delle barrette di cioccolato e caramello e ci salutammo, congratulandoci per il bellissimo tour e per l’esperienza unica.
Prima o poi mi piacerebbe tornare nell’arcipelago di St. Kilda, magari sperando in una bella giornata soleggiata, ma non mi pento di questa esperienza; molti potrebbero pensare che siano stati soldi buttati per colpa dell’estremo maltempo ma io ho trovato il tutto ancor più affascinante e unico.
Perdonatemi perché non ho il dono della sintesi nei miei post, ma prima di concludere vorrei consigliarvi “Ai confini del Mondo” (The Edge of the World), film del 1937 diretto da Michael Powell e ispirato alla storia vera dell’evacuazione dei kildani da Hirta e le raccolte musicali “Hirta Songs” di di Alasdair Roberts & Robin Robertson (ho comprato il CD proprio a Hirta), “The Lost Songs of St. Kilda” di Trevor Morrison, James MacMillan & Scottish Festival Orchestra e “St. Kilda Wedding” degli Ossian (potete ascoltare ogni singola canzone tramite Youtube o Spotify); questi album raccolgono antiche ballate che si sono salvate nel tempo grazie alle tradizioni e rievocano le remote isole nascoste tra le tumultuose onde dell’oceano e le misteriose nebbie.

Jessica

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I cottages ristrutturati dai volontari / Hirta, Agosto 2016

 

 

 

10 risposte a "Rotta verso St. Kilda"

  1. Meno male che non hai la sintesi!!! Grazie alle tue parole ,ho vissuto i tuoi vari stati d’animo. Ho sofferto il mal di mare, ho sentito il gelo dell’acqua e ho goduto dell’unicità di quell’isola.

    Grazie di questo particolare viaggio. E grazie per aver narrato la storia di Hirta in tutte le sue sfaccettature. Sei molto brava, grazie ancora!!!

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  2. Solitamente nei racconti di viaggio si tende a descrivere le cose positive e questo non perchè le cose negative non esistano, anzi… tutti più o meno abbiamo vissuto avventure andate male o diverse da quello che immeginavamo ma questo si cerca di metterlo meno in risalto (un po’ per non rischiare di essere lamentosi, ma soprattutto per cercare di descrivere al meglio luoghi e paesaggi che visitiamo) ma tu hai scelto di raccontare anche momenti “imperfetti”, debolezze, errori… e dobbiamo dire che ci è piaciuto molto questo tuo stile, forse perchè ci siamo rispecchiati in tante bordate di acqua prese, mareggiate da pregare tutti i santi del paradiso, piani andati a monte perchè qualcosa è andato storto. Detto questo, condividiamo la tua sensazione di positività nonostante un’esperienza non al 100% per averne vissute anche noi diverse simili in Scozia e dintorni, e il bello è trasformare un momento NO in un momento unico e anzi! divertente e indimenticabile, leggendo il negativo come positivo. La Natura del resto va accettata così come ti si presenta 🙂 e buttarsi in essa (con giudizio ovviamente) può regalare emozioni uniche… complimenti Jessica!
    ciao R&M

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    1. Grazie mille di cuore per il bellissimo commento! Non ero sicura di voler parlare di questa piccola avventura, perché tra il mio malessere, il brutto tempo e l’aver visto solo una piccola parte di Hirta avevo paura potesse non interessare la verità. Leggo sempre di gite perfette con foto stupende e non era il mio caso.. in Scozia il tempo è sempre imprevedibile e se dovessi tornare indietro rifarei di nuovo così senza cambiare nulla.. alla fine spero di tornarci in futuro per una diversa esperienza! Concordo su tutte le vostre parole e vi ringrazio ancora per aver letto il mio post! Buona giornata 🍃❤🍃

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  3. Finalmente mi sono messa comoda e ho letto tutto, più volte (come faccio con ogni tuo post. Sono così ben approfonditi e raccontati che, rileggendoli, si imprimono più dettagli). Ho la ferma convinzione che il maltempo, anche se si deve essere rivelato una vera impresa, abbia contribuito a immergerti di più nelle storie dei Kildani. Oltre a rendere i paesaggi incredibili anche in fotografia. Tutti quegli eventi, le difficoltà di quello stile di vita, le vicende degli isolani, sarebbero sembrati più lontani dal reale fosse stata una giornata tiepida di sole, no? 😀

    Amo ogni tuo post, il fatto che metti sia frasi personali che episodi storici e tutti gli approfondimenti. Aspetto, come sempre, il prossimo! E ovviamente, Alba gu brath 🙂

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    1. Grazie mille carissima ❤ mi fa tanto piacere ricevere questo tuo commento! È stato difficile da scrivere perché pensavo non potesse risultare interessante una giornata non del tutto vissuta e un’isola non del tutto esplorata. Però, come dici tu, questo estremo mal tempo mi ha avvicinato ancor più all’idea di difficoltà di vivere a Hirta.. e immaginavo le case con l’acqua che colava da ogni roccia. Di sicuro non era una passeggiata viverci.. Grazie ancora e si.. Alba Gu Bràth 🍃😊

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  4. Riesco a leggere solo ora Jessica, perdonami! Bè, prima di tutto complimenti per il coraggio! Anch’io soffro terribilmente il mal di mare e il solo pensiero di stare 7 ore in mare aperto… no, non credo che ce la farei! Deve essere stata un’esperienza magnifica in ogni caso e grazie per tutte le informazioni interessanti di questo articolo. Chissà come deve essere stata la vita di queste persone! Una vita semplice, quasi misera ma sicuramente felice! Mi ha fatto sorridere la ragazza che vive 6 mesi all’anno sull’isola..ha un bel coraggio pure lei! 🙂

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    1. Scusami se rispondo solo ora, ho trascurato il blog in questo mese per svariati motivi! I ragazzi che vivono li 6 mesi l’anno come una comunità isolata sono davvero da ammirare.. mantengono viva la storia del posto e proteggono l’ambiente! Grazie ancora per averlo letto ☺❤

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