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«L’Inaffondabile» ~ 106 anni dopo

“Sono trascorsi 84 anni, e ancora sento l’odore della vernice fresca. I servizi di porcellana non erano mai stati usati. Nessuno aveva mai dormito tra quelle lenzuola. Il Titanic era chiamato “la nave dei sogni”. E lo era. Lo era davvero.”

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La partenza del Titanic da Southampton, Aprile 1912

Inizia con questa frase il racconto dell’anziana Rose Dawson, superstite del naufragio del Titanic, che nel 1996 si trova ospite sulla nave del cacciatore di tesori Brock Lovett.
Ovviamente, stiamo parlando del personaggio immaginario protagonista di uno dei colossal più grandi del cinema, “Titanic” di James Cameron.
La vera storia di questo transatlantico deve buona parte della sua fama proprio a questo film, con attori principali i due fiori all’occhiello della Hollywood anni novanta, Kate Winslet e Leonardo di Caprio. Oggi, nonostante io sia una grande fan, mi dispiace deludervi ma non sono qui per parlarvi di questa pellicola; ho scelto questa frase d’apertura perché è perfetta per l’idea che tutti, nel 1912, avevano di questa nave.

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Kate, Leonardo e il regista Cameron sul set del film, 1997

Pochi giorni fa, il 15 aprile 2018, ricorreva il 106° anniversario dal disastro dal Titanic.
Da allora l’argomento è stato trattato ovunque e da chiunque. Perché questo transatlantico, dopo più di un secolo, fa ancora parlare di sé?
Prima di tutto è considerata ancora una delle più grandi catastrofi della marina civile della storia moderna, causando la morte di 1.518 dei 2.223 passeggeri registrati.
Il RSM Titanic era figlio della compagnia navale britannica White Star Line; la compagnia fu fondata a Liverpool nel 1845 da John Pilkington e Henry Wilson.
Nel 1906 la concorrente Cunard Line inaugurò i lussuosi transatlantici gemelli Lusitania e Mauretania che effettuavano trasporto civile sulle stesse rotte della White Star. Si accese una forte rivalità fra le due compagnie, così la White Star decise di rispondere con il progetto Olympic Class: tre transatlantici gemelli di dimensioni immani che avrebbero garantito ai passeggeri lusso e sicurezza. Le tre navi erano La RMS Olympic, il RSM Titanic e il RMS Gigantic (poi le venne cambiato nome in HMHS Britannic, perché durante la sua costruzione il gemello Titanic affondò e quindi rivalutarono la sua stazza).
La sorte di queste tre sorelle d’acciaio non fu delle migliori: solo la Olympic venne ricordata come la nave meno sfortuna, perché dopo il Titanic anche il Britannic affondò (dopo aver urtato una mina tedesca) a Napoli nel 1916.
Costruito presso i cantieri navali Harland and Wolff di Belfast, il Titanic avrebbe offerto un collegamento settimanale verso l’America e il totale dominio delle rotte oceaniche.
All’inizio del ventesimo secolo, questa tipologia di imbarcazioni, rappresentava una vera e propria innovazione e raggiungimento tecnologico per l’umanità: nessuna nave aveva mai avuto una stazza così titanica, caldaie così potenti, sale e cabine con arredamenti e rifiniture così lussuose, senza parlare delle nuove tecniche usate nelle sale di controllo.
Mostrare il proprio status sociale in quell’epoca era tutto.
Questa nave racchiude in sé la metafora dei tempi che furono, dove l’ostentazione era più importante delle norme di sicurezza: la nave era dotata di sole 20 scialuppe di salvataggio con una capacità totale di 1.178 posti, insufficienti per tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio.
L’insufficienza dei mezzi di salvataggio era data da due motivi: il denaro da poter investire altrove e la visione caotica che avrebbe creato sul ponte la corretta quantità di scialuppe richieste dalle norme di sicurezza ormai (secondo loro) obsolete.

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Da sinistra in alto: Le scialuppe del Titanic in costruzione e le imbarcazioni sul ponte / Da sinistra sotto: Una scialuppa con alcuni dei superstiti a bordo il mattino post affondamento e le scialuppe recuperate dalla nave Carpathia nel porto di New York

L’espressione «PRIMA DONNE E BAMBINI!» indica un protocollo e consuetudine storica di tipo cavalleresco/marinaro secondo cui le donne e i bambini debbono essere salvati per primi nel caso ci si trovi in una situazione di pericolo; la frase divenne famosa proprio durante il naufragio del Titanic. Alcuni marinai interpretarono male l’ordine del capitano, arrivando a vietare agli uomini di salire sulle scialuppe e nel caos iniziare a sparare sulla folla. La maggior parte degli uomini che riuscirono a salvarsi, bollati poi come codardi, erano per lo più personaggi ricchi e distinti.
I passeggeri della prima classe erano composti da aristocratici, nobili, ricchi imprenditori, banchieri, atleti professionisti, politici e militari di alto rango.
Molte di queste persone facevano parte di una cerchia che molto presto sarebbe stata destinata a sparire o a mutare assieme ai cambiamenti che, in seguito, avrebbe portato la Grande Guerra.
La propaganda fu un elemento importantissimo usato dalla White Star: per la traversata dal vecchio al nuovo continente del RMS Titanic, vennero stampati tantissimi manifesti pubblicitari e dépliant che mostravano le foto della titanica nave, dei suoi ristoranti, della palestra, del bagno turco, della piscina, del campo di squash, delle stanze con ogni tipo di comfort e modernità.
A far chiacchierare ancor più la stampa dell’epoca fu la scelta dell’illustre comandante marittimo britannico Edward John Smith. Il timone del più grande oggetto in movimento creato dall’uomo, era ora nelle sapienti mani di Smith che aveva alle spalle una rinomata carriera nautica. Secondo delle fonti non ufficiali, il viaggio inaugurale del RMS Titanic sarebbe stata la conclusione della sua professione, per poi ritirarsi in una casa di campagna con la famiglia che lo attendeva al ritorno.
Smith non arrivò mai al pensionamento, la sua fine a bordo del Titanic è tutt’oggi avvolta nel mistero con le più spaiate delle ipotesi: chi disse che, mentre galleggiava con il suo salvagente nelle acque ghiacciate, aiutò un bambino ad imbarcarsi su una scialuppa per poi sparire, chi disse che venne risucchiato dalle acque dopo la rottura della cupola di vetro, chi disse che dopo aver impartito gli ordini e aiutato alcuni passeggeri si allontanò dicendo “Addio gente, seguirò la mia nave!” e si diresse nella sale dei comandi dove si chiuse al suo interno per affondare con essa. Il suo corpo non venne mai identificato; aveva 62 anni.

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Alcune foto di Edward John Smith e il suo cane

Il 10 Aprile 1912 il transatlantico della White Star salpò da Southampton, per il suo viaggio inaugurale verso New York: tra la folla, oltre ai passeggeri pronti per l’imbarco e i parenti presenti per augurare un buon viaggio, c’erano moltissimi giornalisti e fotografi desiderosi di avere la partenza de “L’inaffondabile Titanic” sulle loro prime pagine. Pochi giorni dopo, il Titanic, finì comunque su tutti i quotidiani per l’esatto contrario: la nave inaffondabile era scomparsa nell’oceano.

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Aprile 1912, un ragazzo vende i giornali con in prima pagina la tragedia

Dall’alto della coffa, la vedetta Frederick Fleet scrutava la notte senza luna, con un cielo nero ma pieno di scintillanti stelle. Era la quinta notte dalla partenza, il mare era insolitamente piatto e calmo e fin’ora ogni cosa era filata liscia come l’olio.
Il turno di Frederick stava quasi volgendo al termine, il Titanic viaggiava a ventidue nodi e mezzo alle 23.40 di domenica 14 Aprile 1912.
Improvvisamente Fleet avvistò, dritto a prua, una forma oscura nella notte: dapprima piccola ma ogni istante che passava si faceva sempre più grande e vicina.
Iceberg a prua!” fu la frase che la vedetta urlò al telefono chiamando il ponte di comando. Nei trentasette secondi che seguirono questa telefonata, Fleet e il compagno Lee rimasero silenziosamente l’uno accanto all’altro, osservando la nave che si avvicinava sempre più alla grande massa di ghiaccio; l’avevano quasi raggiunta, eppure la nave non virava. Si avvertì un sussulto che ruppe il ritmo regolare delle macchine e miriadi di scintille bianche, sottili come polvere, si diradarono sotto la vista del timoniere George Thomas Rowe, che era di guardia a poppa, sul ponte.

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Una foto della vedetta Frederick Fleet. Dopo l’impatto, Fleet fu incaricato dal comandante Edward Smith di condurre una lancia di salvataggio. Ebbe così la possibilità di salvarsi insieme ai superstiti presenti sulla sua lancia. Morì il 10 gennaio 1965.
Iceberg
L’iceberg “Titanic” si formò nel ghiacciaio Jacobshavn, nella Groenlandia occidentale, intorno all’anno 1000 a.C. e si separò probabilmente tra la fine del 1911 e gli inizi del 1912. Venne trasportato dalla forte corrente del Labrador, attraversò le Baie di Baffin fino all’Atlantico settentrionale, dove ebbe il suo appuntamento inevitabile con il Titanic. Il marinaio ceco Stephan Rehorek fu il primo a vedere l’iceberg dopo il disastro, nonché colui che scattò l’unica foto esistente.

Nel frattempo, nella sala da pranzo della prima classe, sul ponte D, si trovavano i camerieri che sistemavano, ripulivano e spettegolavano sui passeggeri; avvertirono una scossa, non troppo violenta ma abbastanza forte da far terminare ogni lavoro e ogni conversazione.
Collegandomi al momento qui citato, in cui i camerieri si accorsero che stava accadendo qualcosa di insolito, voglio parlarvi dei 37 italiani a bordo del Titanic.
Tra il 1861 (con l’Unità d’Italia) e il 1985 lasciaro il paese, senza farvi più ritorno, circa 18.725.000 di italiani.
L’emigrazione portò gli italiani in svariati stati d’Europa, ma il Sogno Americano era quello che infondeva più speranza alla povera gente in cerca di fortuna.
Solo otto dei trentasette italiani sul Titanic erano passeggeri, tutti gli altri erano a bordo per lavorare e pagarsi la tratta verso New York.
La White Star, chiese che il ruolo dei camerieri per il ristorante della Prima Classe fosse dato solamente a ragazzi italiani: a selezionarli e ad avere in gestione la cucina fu Luigi Gatti, un trentasettenne che fece fortuna a Londra nel campo della ristorazione con i due ristoranti “Gatti’s Adelphi” e “Gatti’s Strand”.
Gaspare Antonio Pietro “Luigi” Gatti nacque il 3 gennaio 1875 a Montalto Pavese (provincia di Pavia, Lombardia) e sul suolo inglese sposò la figlia di un maggiordomo, Edith Kate Cheese, da cui ebbe due figli.
Ricoprendo il ruolo di “Maestro di sala”, Luigi Gatti soggiornò in una cabina di Seconda Classe sul Ponte D. Uomo attento e professionale, reclutò camerieri italiani con un viaggio assicurato sul Titanic e alloggiati tutti nel ponte E, i cosiddetti “scantinati” del transatlantico.

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Da sinistra: La famiglia Gatti / Luigi Gatti / La foto dello staff prima della partenza, voluta proprio da Gatti (segnato dalla freccia gialla)

Prima della partenza, Gatti non riuscì a denunciare all’ufficio del lavoro i nomi del personale reclutato sotto la sua ala e non riuscì a comunicarli nemmeno in viaggio, perché i telefonisti erano sempre impegnati a trasmettere e a ricevere messaggi. Quando arrivò la conferma che la nave stava affondando, il maestro di sala non ci pensò due volte e la prima cosa che fece fu quella di affidare un elenco da lui scritto a una passeggera che stava salendo su una delle scialuppe di salvataggio.
Quell’elenco conteneva i nomi dei suoi dipendenti e connazionali italiani.
Il corpo di Gatti venne recuperato dal CS Minia nel maggio 1912 e, riconosciuto, venne sepolto nel Cimitero di Fairview, ad Halifax (Nuova Scozia).
Ognuno con una mansione diversa e ognuno arrivato da un paese diverso, tutti si ritrovarono con il sacco in spalla e il destino già scritto: come Battista Antonio Allaria, ventiduenne, che lasciò il suo paese Molini di Triora (Imperia) a 17 anni per recarsi prima in Francia e poi Gran Bretagna alla ricerca di un lavoro. Per 86 anni, i suoi famigliari, credettero che il corpo del ragazzo giacesse sul fondo oceano, fino scoprire che ebbe sepoltura ad Halifax.
Pietro Bochet quarantatré anni di Saint-Pierre (Aosta), che salutò la moglie Maria Eugenia Dorotea Martinet per salire per la prima volta su una nave; non fece ritorno.
Emilio Poggi, ventottenne nato il 10 dicembre 1883 a Calice Ligure (Savona) che lasciò casa con l’idea fissa di voler lavorare proprio su questa nave. Conosceva tre lingue e si trasferì a Southampton quattro mesi prima dell’imbarco; nella tasca della sua livrea fu ritrovato il cavatappi con un tappo ancora avvitato, l’ultimo stappato sul lavoro prima di morire in mare e ora custodito gelosamente dalla famiglia.

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Da sinistra: Battista Antonio Allaria / Pietro Bochet / Emilio Poggi e il cavatappi ritrovato con il suo corpo (immagini prese da internet)

Alfonso Perotti, era uno dei 13 piemontesi che lavorarono sul Titanic.
Ventenne orgoglioso e con la voglia di scoprire il mondo, lasciò l’impresa sartoriale di famiglia a Borgomanero (Novara) dopo la morte del padre, per avventurarsi sulla nave con il ruolo di cameriere.
Prima di imbarcarsi, il giovane, scrisse una lettera alla sua famiglia:
Cara madre e fratelli, da due giorni mi trovo qui per potermi imbarcare sul bastimento per andare in America. Sarò di ritorno alla fine del mese. Quando mi scrivete inviate a questo indirizzo: Bowling Green Italian House, Southampton. Sto bene. A tutti ciao, ciao.
Purtroppo non ci sarebbe stato ritorno; questa fu l’ultima lettera inviata e secondo i racconti di quella fatale notte, Alfonso morì da eroe lasciando il proprio posto sulla scialuppa ad una povera donna che attendeva sul ponte.
Alla madre verrà spedito, un anno dopo, un baule contenente i pochi effetti personali del figlio ritrovati nel suo appartamento a Londra, insieme alla sua paga di 10 lire (corrispondenti di 8 scellini e 5 pence) per i sei giorni lavorativi come cameriere.
La memoria di Alfonso Perotti è tenuta in vita dalle nipoti Emilia, Renata e Carmen (che non hanno mai conosciuto lo zio), figlie dei fratelli del giovane perito per un sogno mai vissuto.

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La cartolina spedita alla famiglia da Alfonso prima di imbarcarsi (immagini prese da internet)

Riccardo Ricaldone, ventiduenne che lasciò Alessandria in cerca di maggior fortuna e vestì il ruolo di assistente cameriere; il suo corpo non fu più ritrovato.
Stessa sorte toccò a tutti gli altri lavoratori piemontesi a bordo: Giovanni Saccaggi (24 anni), Angelo Rotta (23 anni), Giacomo Sesia (24 anni), Battista Bernardi (22 anni), Giuseppe Fioravanti (23 anni), Vincenzo Giardino (31 anni), Riccardone Rinaldo Renato (22 anni), Giovanni Salussolia (25 anni), Candido Scavino (42 anni), Beux Davide (26 anni) e i fratelli Alberto e Sebastiano Parecchi, di 20 e 18 anni.
Originario di Alice Castello (Vercelli), Giovanni Salussiola (23 anni) venne assunto con il ruolo di “glassman”, il responsabile della cristalleria della prima classe; il suo corpo non venne mai identificato.
Ugo Banfi nacque il 9 dicembre 1887 a Caravaggio (Bergamo), da Giuseppe Antonio Banfi e Francesca Paltenghi. La sua passione per la cucina e il servizio, oltre che il bisogno di avere un lavoro fisso, lo portarono sin da giovanissimo a svolgere il mestiere in lussuosi ristoranti in gran parte d’Europa; Banfi era molto lodato per il controllo eccellente che aveva della sala e per conoscere ben 8 lingue, tra cui il russo e l’arabo.
Luigi Gatti decise di dare al giovane ragazzo il ruolo di maître presso il ristorante “Ritz” a bordo del Titanic (un salone di prima classe, lungo 18 metri per 14 di larghezza, decorato in stile Luigi XVI). Il corpo di Ugo Banfi non fu ritrovato dopo la tragedia e i genitori ricevettero 60 sterline di risarcimento per la morte del figlio; su loro richiesta venne messa una targa nel cimitero di Caravaggio per commemorare la prematura scomparsa di questo ventiquattrenne.

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Sabato 14 Aprile 2018, mi sono recata al cimitero di Caravaggio per scattare alcune foto al memoriale per Ugo Banfi

Nella lista troviamo nomi di uomini provenienti da ogni parte d’Italia: Giovanni Basilice, 27 anni, Giulio Casali, 32 anni, Gianni De Marsico, 20 anni, Italo Francesco Donati, 17 anni, Enrico Rinaldo Ratti, 21 anni, Ettore Luigi Valvassori, 35 anni, erano tutti lombardi. Il quarantaduenne Francesco Maria Nannini e il ventitreenne Ercole Testoni venivano dalla Toscana. Il ventiduenne Roberto Urbini e l’amico diciottenne Roberto Vioni, erano romani. Del sommelier Luigi Zarracchi, 26 anni, si conosce solo il suo ultimo indirizzo a Londra. Nessuno dei lavoratori italiani a bordo del Titanic fece ritorno a casa, perirono tutti nelle gelide acque scure dell’Atlantico.
Solo otto dei trentasette italiani imbarcati erano passeggeri, divisi tra la seconda e la terza classe.
Gli 8 passeggeri italiani a bordo del Titanic

Peduzzi Giuseppe, ventiquattrenne di Schignano (Como), era emigrato alla giovanissima età di 12 anni a Londra per lavoro. Il suo sogno era quello di andare a cercare fortuna in America, quindi comprò un biglietto di sola andata sulla nave Oceanic; a causa dello sciopero del carbone che imperversava in Inghilterra in quel periodo, però, gli venne assegnato un posto di terza classe sul Titanic. Purtroppo, i sogni di Giuseppe vennero infranti molto presto e il suo corpo disperso in mare per sempre. I genitori colpiti dall’amara disgrazia, decisero comunque di erigere una lapide in memoria del giovane figlio ma, anni dopo, l’unica foto esistente di Giuseppe venne trafugata dal cimitero. Nel 2012, in occasione del centenario dell’affondamento, il comune locale decise di commissionare un ritratto del ragazzo (in base al ricordo di alcuni parenti) ad un’artista locale e ridare un volto a quella lastra di marmo.

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Un articolo di giornale che parla del ritratto e della restaurazione della lapide di Giuseppe (Immagini prese da internet)

Sebastiano Del Carlo era un ventinovenne di Capànnori (in provincia di Lucca) che lavorava come impiegato statale in California. Nel 1912 tornò nel suo paese natio per sposare, il 20 febbraio, Argene Genovesi, una ventiquattrenne di Badia (una frazione di Altopascio – Lucca).
Mentre era in visita dai parenti della novella sposa, Sebastiano ricevette un avviso che gli comunicava di dover rientrare in anticipo in America.
Avevano già la tratta per New York prenotata da tempo ma visto il problema sorto, la coppia decise di acquistare dei biglietti di seconda classe sul nuovo e imponente transatlantico della White Star. La madre di Argene, Ginevra, ebbe un incubo in cui una nave affondava ed era preoccupata per la loro partenza, soprattutto perché la figlia era da poco rimasta incinta ma il genero cercò di tranquillizzarla dicendo che il transatlantico era inaffondabile e che avrebbe avuto presto loro notizie. Si unirono ai passeggeri del Titanic da Cherbourg, in Francia.
Argene soffriva di nausee sia per la gravidanza che per il mal di mare, quindi passava tutto il suo tempo in cabina e quando la nave si scontrò con l’iceberg Salvatore si trovava invece sul ponte. Dopo l’impatto lui corse subito dalla moglie dicendole “È successo qualcosa, ma nulla di grave” e tornò all’esterno per vedere che cosa stava realmente accadendo. Vennero dati gli ordini di indossare i salvagenti e di presentarsi tutti sul ponte, quindi lui corse nuovamente verso la cabina e disse ad Argene di seguirlo immediatamente.
Sul Titanic regnava il caos totale ma Sebastiano riuscì a farsi largo tra la gente e a parlare con un membro dell’equipaggio, convincendolo a far salire su una scialuppa la sua consorte in dolce attesa. Innamoratissimi, si separarono nel dolore e nelle lacrime.
Sebastiano non riuscì a salire su nessuna lancia di salvataggio, quindi, anche se non era un gran nuotatore, si gettò in mare come ultima chance; non ne uscì vittorioso dalle gelide acque e quando il suo corpo venne ripescato tra le onde, le sue mani mostravano segni di tagli e lividi dovuti probabilmente ad un remo picchiato sulle dita aggrappate ad una scialuppa che non l’aveva accolto.
Partita come sposa la giovane Argene arrivò sul suolo americano come vedova.
Fu recuperata dalla nave Carpathia e una volta arrivata a New York, fu ospite di un convento di suore che la aiutarono a riprendersi e le offrirono un lavoro come cuoca; lei attendeva solo il ritrovamento del marito, quindi rifiutò l’opportunità di una vita in America e quando il corpo di Sebastiano fu ripescato in mare dalla CS Mackay-Bennett, ella decise di tornare con la salma al suo paese d’origine.
In Italia partorì la sua prima figlia e decise di chiamarla Maria Salvata, proprio in ricordo della tragedia sul Titanic che rese Argene vedova, la neonata già orfana di padre ma entrambe ancora con una lunga vita di fronte. Tra i ricordi spiacevoli di quella notte, ella citò le urla della gente disperata coperte della musica dell’orchestra che suonò fino alla fine.

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Da sinistra: I novelli sposi Sebastiano e Argene nel 1912 / Argene e una suora del St. Raphael Society a New York / Argene nel 1965 / Maria Salvata, morta all’età di 96 anni il 31 ottobre 2008 / La secondogenita di Argene, Neva, nata dal secondo matrimonio, ricorda i genitori e la sorella Salvata (Immagini prese da internet)

Il trentenne Emilio Ilario Giuseppe Portaluppi, nacque a Arcisate Varese il 15 ottobre 1881. Passò gran parte della sua giovinezza a lavorare la pietra ma nel 1903 decise di seguire una strada già avvitata da moltissimi emigranti della Valceresio, partendo per Barre, nel Vermont, la capitale mondiale del granito.
Si trasferì a Milford, nel New Hampishire dove venne notato per il suo talento e divenne scultore di monumenti funerari presso la Tonella & Sons Granite and Manufacturing Company.
Sposò una sua concittadina, Enrichetta Bessoni, da cui ebbe una figlia; il matrimonio non funzionò e dopo il divorzio, nel 1910, madre e figlia fecero ritorno in Italia.
Nell’autunno del 1911, Emilio decise di fare un viaggio in Italia per rivedere la sua famiglia e la figlia Ines. Decise di fare ritorno in America nella primavera del 1912, così acquistò un biglietto di seconda classe sul Titanic imbarcandosi a Cherbourg, in Francia.
Mentre era a bordo del transatlantico, secondo alcuni pettegolezzi, Emilio ebbe una tresca con Lady Madeleine Astor (allora diciottenne e reduce dallo scandalo per il suo matrimonio con l’imprenditore quarantasettenne John Jacob Jack Astor IV, l’uomo più ricco del mondo in quel momento della storia, con un patrimonio di $ 87.000.000) che conosceva già prima di imbarcarsi. Il regista James Cameron si ispirò a questa possibile storia d’amore per i due protagonisti del suo film, Jack e Rose: Emilio era un’artista senza grandi risorse e Madeleine era una ricca e giovane ragazza.
Portaluppi cambiò diverse versioni su come riuscì a sopravvivere alla tragedia di quella gelida notte; una di queste fu che dopo essersi gettato dalla nave, nuotò fino ad un banco di ghiaccio e si sedette sopra finché una scialuppa lo recuperò parecchie ore dopo.
Da anziano disse: «Avevo perso tutto quella notte, denaro, abiti, libretto di lavoro… ma qualcosa ero comunque riuscito a salvare: una ricetta!». Si trattava di un piatto di pasta con svariati molluschi, crostacei e pesce (ricordati poi con il nome “Spaghetti Titanic”) che, proprio la sera prima della tragedia, lui aveva chiesto a uno degli chef che lavoravano per Luigi Gatti.
Ogni 15 aprile, Emilio festeggiava il suo secondo compleanno per essere sopravvissuto alla tragedia; morirà nello stesso paese in cui era nato, Arcisate Varese, il 18 giugno 1974.

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Da sinistra: Emilio Portaluppi / Lady Madeleine Astor / Il nome di Emilio cancellato dalla lista e con la voce “salvato” a lato / Emilio da anziano

Serafino Emilio Mangiavacchi, nativo di Firenze, prese parte come passeggero partendo come molti altri italiani da Cherbourg. Purtroppo perì nel naufragio e il suo corpo non fu mai identificato.
Stessa sorte toccò al passeggero di terza classe Francesco Celotti, un ventiquattrenne che si imbarcò sul Titanic da Southampton per motivi sconosciuti.
Sempre in terza classe si trovava Luigi Finoli, un trentaquattrenne di Atessa (provincia di Chieti) che viaggiava spesso per lavoro tra Italia e America. Quella terribile notte Luigi ebbe fortuna e si salvò sulla scialuppa numero 15; tornò definitivamente in Italia nel 1935 e, tre anni dopo, morì al suo paese natio.
Per concludere, l’ultimo italiano di cui vi racconto è Alfonso Meo Martino, un quarantottenne nato a Potenza ma residente nel Dorset, in Inghilterra.
Liutaio di professione, il 10 aprile 1912 salutò moglie e figli per dirigersi al porto di Southampton e salpare sul Titanic.
Nonostante il suo biglietto fosse di terza classe, Alfonso si presentò all’imbarco vestito da vero signore e con sé portò un solo bagaglio: questo conteneva un violino fabbricato dalle sue mani e pronto da consegnare ad un cliente che viveva a Washington.
Purtroppo Alfonso andò incontro ad una sorte molto crudele; morì annegato nella sua cabina, perché i cancelli dei corridoi della terza classe furono chiusi per evitare il caos e non vennero più riaperti, causando così molte morti. Secondo alcune fonti questa fu un’orribile procedura che si sospetta venne attuata per consentire ai passeggeri di prima e seconda classe di raggiungere per primi le pochissime scialuppe disponibili.

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 (Immagine presa da internet, purtroppo non ho trovato il nome dell’artista)

Scrivendo questo post non voglio nascondervi che qualche lacrima è scesa.
Immaginare così tanti sogni e vite infrante non è facile; non potremo mai capire cosa hanno vissuto i passeggeri del Titanic quella notte nonostante tutte le testimonianze e racconti pervenuti negli anni. Oggi il mio pensiero va alle vittime di questa tragedia e a tutte le persone che hanno perso la vita in mare.

Jessica

L’immagine copertina è un mio scatto – Molte delle informazioni riguardanti i passeggeri italiani, le ho scoperte grazie alla mostra “Titanic. The artifact exhibition 2017“, tenuta a Torino nel 2017.

4 risposte a "«L’Inaffondabile» ~ 106 anni dopo"

  1. Mi ha sempre affascinato la storia del Titanic, Il film mi è piaciuto ma il tuo scritto di più!!! Complimenti, leggerti mi ha dato l’impressione di attraversare i saloni di quella nave conoscendo uno ad uno tutti i personaggi che hai ricordato. Anche a me è scesa una lacrima. Ho provato una gran pena per quelle vite spezzate in maniera atroce sulla scia di un sogno di vita migliore.

    Grazie ancora! ciao e a presto rileggerti!!!

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    1. Ti ringrazio tantissimo per aver letto il mio post e avermi lasciato questo bellissimo commento! Anch’io ho sempre trovato interessante questa triste e famosa vicenda.. e ho voluto approfondire le vite dei nostri connazionali ormai dimenticati dal tempo. Grazie a te, buona serata 🙂

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