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Nel castello di Lucy Maud Montgomery

Il mio primo incontro con Anne Shirley avvenne durante l’infanzia, grazie alla serie animata giapponese del 1979 “Anna dai capelli rossi (赤毛のアン Akage no An).
Non ho mai amato questo cartone, anzi, da bambina mi annoiava e trovavo antipatica questa protagonista logorroica dalle treccine rosse.
Quindi per anni e anni Anne restò accantonata in un angolo della mia mente, etichettata tra le cose viste e non apprezzate.
Avevo diciannove quando incontrai di nuovo questa ragazzina stravagante di Avonlea.

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L’anime fu prodotto dalla Nippon Animation in 50 episodi a partire dal gennaio 1979

Era un pomeriggio piovoso, quindi decisi di fare un giro alla mia libreria di fiducia.
Adoro il reparto libri per ragazzi – anche se le letture sono dedicate a fasce d’età che ho superato da svariate primavere – perché sono sempre stata un’appassionata di romanzi di formazione; guardai tra le novità (era il 2009) e trovai la ristampa di “Anna dai capelli rossi“, con una semplice copertina ruvida color burro, una casetta circondata da alberi rossi e il titolo in verde.
In realtà trovai parecchio brutta questa copertina (ma era l’edizione integrale, al contrario delle altre presenti), ma qualcosa nella sintesi della trama mi colpì: “[..] capelli rossi, il viso punteggiato di lentiggini. La testa piena di sogni e una fantasia travolgente [..]”. Mi rividi in Anne, non solo per il color carota dei capelli ma anche per la testa piena di fantasticherie.. forse m’ero sbagliata, molti anni prima, sul conto di questa orfanella, quindi comprai il libro per rimediare all’impressione negativa.
Mi innamorai di quell’amore incondizionato che si trascina magicamente negli anni senza mai spegnersi. Piano piano recuperai quasi tutti i titoli della saga (tranne gli ultimi due, che Mursia – la casa editrice a cui mi affidai per la collezione – non ha ancora ristampato):
1) Anna dai capelli rossi ✓
2) L’età meravigliosa ✓
3) Il baule dei sogni ✓
4) La casa dei salici al vento ✓
5) La baia della felicità ✓
6) La grande casa ✓
7) La valle dell’arcobaleno
8) Rilla di Ingleside

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La mia collezione di romanzi della Montgomery, i 3 volumi manga e il ricettario su Anne Shirley

Ma chi era la penna che si celava dietro queste storie? Chi aveva dato vita a personaggi così veri e luoghi così incantevoli? Così mi informai e “conobbi” meglio Lucy Maud Montgomery.
Nacque nel piccolo villaggio di Clifton, sull’Isola del Principe Edoardo (Canada), il 30 novembre 1874 da Hugh John Montgomery e Clara Woolner Macneill.

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Da sinistra: Il padre Hugh – Due foto di Lucy a 6 e 9 anni – La madre Clara

La madre Clara morì il 14 settembre 1876, di tubercolosi, alla giovane età di 23 anni; nella sua autobiografia, Lucy raccontò di questa disgrazia e del suo primo ricordo d’infanzia:
“Quando avevo 21 mesi mia madre morì, nella vecchia casa di Cavendish, a seguito di una lunga malattia. Ho un ricordo preciso di mia madre nella bara – è il mio primo ricordo. Mio padre era in piedi vicino alla bara con me in braccio.
Io indossavo un vestitino bianco di mussolina ricamata e mio padre stava piangendo.
Le donne erano sedute tutt’attorno alla stanza e ne ricordo due sul divano di fronte a me che stavano sussurrando tra loro e guardavano con compassione verso papà e me. [..]
Abbassai lo sguardo verso il volto di mia madre morta.
Era un viso dolce, anche se sciupato e consumato da mesi di sofferenze. Mia madre era stata meravigliosa e la Morte, così crudele in tutti i sensi, aveva risparmiato il delicato profilo dell’aspetto, le lunghe ciglia di seta che sfioravano le guance incavate e la massa liscia di capelli biondo dorato.
Non sentii alcun dolore, perché sapevo che nulla di tutto quello sarebbe servito. Ero solo vagamente preoccupata. Perché mamma era così ferma? E perché papà stava piangendo? Mi sono chinata e ho poggiato la mia mano di bambina contro la guancia di mamma. Ancora adesso posso sentire la freddezza di quel tocco. Qualcuno nella stanza singhiozzò e disse «Povera bambina». Il gelo del volto di mamma mi spaventò; mi voltai e misi le braccia attorno al collo di papà in modo supplichevole ed egli mi baciò.
Rinfrancata guardai nuovamente in direzione di quel volto placido e dolce e lui mi portò via. Quel prezioso ricordo è tutto ciò che ho di quella madre ragazza che dorme nel vecchio cimitero di Cavendish, cullata per sempre dal sussurro del mare.”
Ormai orfana di madre, Lucy venne data in custodia ai nonni materni, i signori Alexander Marquis Macneill e Lucy Woolner Macneill, perché il dolore del padre era troppo grande per continuare a crescerla da solo e cercare anche di risollevarsi da un’attività lavorativa fallita.
I nonni vivevano in una fattoria nella comunità rurale dell’isola del Principe Edoardo, Cavendish, una piccola cittadina fondata nel 1790 da presbiteriani scozzesi.

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La fattoria a Cavendish

L’infanzia passò senza grandi avvenimenti; Lucy era una bambina con una grande immaginazione, amante della vita all’aria aperta, degli animali, della scrittura (talento ereditato dal nonno).
Amava scrivere poesie; andava fiera delle sue opere e spesso le leggeva al padre o le spediva a piccole riviste per essere poi pubblicate.
Un’altra sua passione erano le storie di famiglia: amava ascoltare i racconti di quegli antenati, mai conosciuti, che arrivarono dal vecchio continente durante il 17° secolo.
I suoi trisavoli Montgomery partirono dalla Scozia verso il Canada, ma la signora Montgomery soffrì per tutto il viaggio di un fortissimo mal di mare. L’equipaggio si fermò per rifornirsi d’acqua su un’isola, proprio poco tempo prima della fine del tragitto, ma la donna decise di non proseguire e di non voler più mettere piede su un’imbarcazione.
I litigi e le suppliche del marito non servirono a nulla, quindi fu così che i primi Montgomery approdarono sull’Isola del Principe Edoardo.
Essendo di famiglia benestante, tra i suoi ricordi spiacevoli c’erano quelli di essere stata emarginata alla scuola di Cavendish per via dei suoi bei abiti e dei suoi stivaletti con bottoni, mentre tutti i bambini andavano in classe scalzi e con vestiti di seconda mano.
Desiderava essere come loro e loro desideravano essere come lei.
Lucy viveva seguendo le regole dei nonni che nonostante gli atteggiamenti severi le volevano molto bene e la proteggevano come sotto una campana di vetro; ricevette un’educazione religiosa particolarmente rigida e per sopperire alla solitudine e alla vita scandita da doveri, ella si creò svariati amici immaginari che vivevano in scenari incantati e naturalistici.
Per tre anni, però, ebbe due compagni di giochi: i fratelli Wellington “Well” e David “Dave” Nelson, di cui il primo aveva la stessa età di lei e il secondo un anno in meno.
Come la sua Anne Shirley, anche Lucy amava dare nomi particolari ai luoghi: chi ricorda il Bosco Infestato dove Anne si face male e Diana scappò a chiamare aiuto spaventatissima? Ecco, questo luogo ebbe origine proprio da un fatto successo a lei, Well e Dave e un fantasma rivelatosi ovviamente falso.

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Lucy Maud Montgomery da ragazza

Il 1889 fu un anno fortunato per il padre di Lucy, Hugh, che sposò la giovane Mary Ann McRae e ricevette il ruolo da responsabile all’interno dell’attività dell’appaltatore ferroviario William Mackenzie, noto milionario e zio della novella sposa Mary Ann.
Tra il 1890 e 1891, Lucy si trasferì nella nuova casa del padre e della matrigna nella città di Prince Albert (odierna Saskatchewan). Nella nuova scuola conobbe il giovane maestro John Mustard, coetaneo di Mary Ann McRae, che divenne un ammiratore della ragazza e iniziò a frequentare la casa dei Montgomery finché Lucy rifiutò del tutto le sue attenzioni. Sempre nello stesso anno venne pubblicato il suo primo scritto, un componimento poetico dal titolo On Cape Le Force.
Un giorno conobbe il fratello di una sua compagna di classe, Will Pritchard; tra i due nacque subito una forte simpatia ma quando lui le dichiarò i suoi sentimenti, Lucy lo rifiutò mantenendo comunque una corrispondenza amichevole per anni.
Il periodo di convivenza nella casa del padre, spesso e volentieri assente, non s’era rivelato per nulla piacevole; la giovane matrigna, già madre di una bambina di due anni e in attesa del secondo figlio, spesso teneva comportamenti bisbetici e conflittuali verso Lucy, facendole capire di essere di troppo, così la ragazza tornò dai nonni a Cavendish.
Dopo aver concluso, a Cavendish, il suo ciclo di studi tra 1892 e il 1893, Lucy ottenne la qualifica di insegnamento nel 1894 presso il Prince of Wales College di Charlottetown.
In seguito ad alcune esperienze di insegnamento, tra il 1895/96, decise di prendersi un anno sabbatico dal lavoro e iscriversi ad alcuni corsi di letteratura e lingue presso la Dalhousie University di Halifax, in Nuova Scozia.
Lucy era sempre circondata da molti spasimanti e ricevette svariati corteggiamenti conclusisi sempre per sua volontà; nel 1897 decise di ritornare sulla sua amata isola e insegnare nella cittadina di Belmont, dove accettò senza troppi pensieri la proposta di matrimonio di Edwin Simpson, uno studente universitario.
In questi mesi giunse proprio la triste notizia della morte di un suo vecchio innamorato, Will Pritchard, riaprendo così vecchie ferite e la mancanza di quella madre che quasi non conobbe. Nel 1898 fu ospite nella grande fattoria della famiglia Leard, dove Lucy strinse subito amicizia con il figlio maggiore Herman: poco più grande di lei, era un ragazzo dotato di un temperamento gentile, affascinante e pieno di premure.
Il sesso prima del matrimonio era considerato scandaloso nell’epoca vittoriana, soprattutto per una ragazza cresciuta in un ambiente rigido e bigotto ma spesso Lucy invitava il ragazzo di notte in camera sua dove si scambiavano passionali effusioni (senza però violare la sua verginità); nel suo diario ella scrisse: “Se avessi – o meglio se potessi avere – mantenuto questa risoluzione, mi sarei risparmiata una sofferenza incalcolabile, perché fu solo pochi giorni dopo che mi trovai faccia a faccia con la coscienza bruciante che amavo Herman Leard con un selvaggio amore passionale, irragionevole che dominava tutto il mio essere e mi possedeva come una fiamma – un amore che non potevo né sedare né controllare – un amore che nella sua intensità sembrava poco meno di una follia assoluta.
La ragazza si ritrovò in un turbinio di depressione dove l’unico spiraglio di luce era poter scrivere racconti e godere della genuina presenza del giovane fattore.
I suoi sentimenti verso Herman si facevano sempre più forti e si ritrovò travolta da una passione piena di contrasti e paure per un possibile scandalo (i suoi amici non appoggiavano questa relazione); dopo mesi di tormenti interiori decise di rompere il suo infelice fidanzamento con Ed Simpson ma decise anche che Herman Leard era di una classe sociale troppo inferiore alla sua, quindi non degno di diventare suo marito.
Il 5 marzo 1898 arrivò una cupa lettera: il nonno materno della ragazza venne a mancare improvvisamente. Lucy fece subito ritorno a Cavendish, per stare accanto alla nonna rimasta vedova, della quale si prenderà cura fino alla fine.
La morte del nonno fu solo la prima di una triste serie: nel 1899 Herman morì per complicazioni dovute ad una brutta influenza, lasciando Lucy nel totale sconforto e rimorso perché nonostante tutto era l’unico ragazzo che aveva realmente amato nella sua vita. Scrisse nel suo diario: “È più facile considerarlo morto, mio, tutto mio nella morte, come non potrebbe mai essere nella vita. Nessun’altra donna potrebbe mai mentire sul suo cuore o baciare le sue labbra.
Due anni dopo la morte del nonno e un anno dopo la morte del giovane ragazzo, nel 1900, giunse un telegramma che la informava che suo padre Hugh John Montgomery era deceduto per una polmonite.
Nel 1902 stringerà amicizia con Nora Lefurgey (di cinque anni più giovane), una nuova insegnante giunta a Cavendish: il carattere energico e brillante di questa giovane donna giovava al cupo umore di Lucy quindi venne invitata a trasferirsi nella casa della nonna materna.
La primavera del 1905 fu uno dei periodi più rosei della vita della scrittrice: la positività di questi mesi face nascere in lei nuove idee e iniziò a lavorare alla stesura di un romanzo, conosciuto anni dopo dal pubblico con il titolo di “Anna dai capelli rossi” (noto anche come “Anna dai verdi abbaini“, molto più fedele al titolo originale “Anne of Green Gables“); purtroppo gli editori non apprezzarono la storia, così Lucy decise di metterlo tristemente da parte.
La nonna materna non approvava i comportamenti sfacciati e infantili che le due ragazze tenevano in casa con gli ospiti o con i ragazzi, tanto da litigare spesso con la nipote e rimproverarla sulla sua condotta.
Dopo aver portato, in tre anni di convivenza, una ventata di felicità e fresche emozioni, Nora terminò il suo incarico a Cavendish e lasciò il paese con grande amarezza.

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Da sinistra: Il defunto predentente Will Pritchard – Il fidanzato Edwin Simpson – Il fattore Herman Leard
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Da sinistra: Il padre di Lucy con Mary Ann McRae – La nonna materna Lucy Woolner Macneill – Lucy e l’amica Nora Lefurgey

Nel 1906, Lucy iniziò una relazione segreta con il giovane reverendo Ewen Macdonald, divenuto ministro della chiesa presbiteriana del paese nel 1903.
Tre anni dopo, nel 1908, “Anna dai capelli rossi” esce di nuovo alla luce del sole e, finalmente, viene pubblicato dalla L.C. PAGE COMPANY di Boston.
Il libro narra le vicende di una giovane orfana, Anne Shirley, e di due fratelli anziani di nome Marilla e Matthew Cuthbert, che abitano sull’isola del Principe Edoardo. I due fratelli, entrambi mai sposati, volevano adottare un ragazzo così da avere un aiutante nella fattoria ma l’orfanotrofio mandò loro per sbaglio Anne.
Matthew resta subito colpito dal carattere fantasioso, frizzante e un po’ orgoglioso di questa ragazzina dalle trecce rosse ma la sorella Marilla non ne vuole sapere di tenerla presso la loro fattoria “Green Gables“.
Nonostante sia stato pubblicato in un’epoca molto lontana dalla nostra, questo romanzo (e i suoi seguiti) ha sempre un tocco fresco e moderno, adatto ad ogni fascia d’età.
Non intendo svelare di più anche se molti di voi probabilmente già lo conoscono (o conoscono il cartone e i telefilm da esso ispirati), vi invito a leggerlo e rileggerlo!

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La prima edizione del romanzo

Dopo la pubblicazione di questo romanzo, Lucy acquistò subito una grande notorietà come scrittrice; nel corso degli anni, si dedicherà al lavoro e alla stesura di altri volumi che completeranno la saga di Anne Shirley, narrando il periodo della sua giovinezza fino all’arrivo dell’età adulta. Dopo la stesura di quello che oggi viene definito l’ottavo romanzo della saga, “Rilla di Ingleside” (1921), ella attenderà quindici anni prima di riproporre al pubblico gli ultimi due romanzi con aneddoti taciuti della vita di Anne: “Anne of Windy Poplars” (1936 – arrivato in Italia con il titolo de “La casa dei salici al vento“) e “Anne of Ingleside” (1939 – arrivato in Italia con il titolo de “La grande casa“).
Nel 1910, un anno dopo la pubblicazione del secondo libro su Anne, vennero pubblicati anche i romanzi “Kilmeny del frutteto“, “La strada dorata” e “La ragazza delle storie“.
La nonna materna Lucy Woolner Macneill, con cui la scrittrice viveva, si spense nel marzo 1911. Poco dopo la morte della donna, tra mille ripensamenti sul rompere o non rompere il fidanzamento, Lucy decise di convolare a nozze con il reverendo Ewen Macdonald; egli non era un uomo particolarmente intelligente o interessato alla letteratura ma in lui sperava di trovare un buon amico e compagno di vita

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Da sinistra: Il reverendo Macdonald – L’abito da sposa di Lucy – Lucy e Ewen in luna di miele in Scozia

Visto la grande passione di Lucy per le storie dei suoi avi, i novelli sposi decisero di partire per il vecchio continente e visitare i luoghi da dove arrivarono gli antenati Montgomery: Scozia e Inghilterra.
Nei suoi diari personali ella descrisse la Scozia con grande passione e io, che amo questa terra, mi sono ritrovata senza saperlo sui suoi stessi passi durante le mie vacanze passate. Entrambe, a distanza di più di un secolo, abbiamo visitato l’isola di Iona che lei descriveva così:
20 Luglio 1912, Giovedì pomeriggio siamo partiti per un’escursione a Oban, Staffa e Iona. [..] Era una giornata di tempo tipicamente scozzese, limpido e soleggiato un’ora prima, piovoso o nebbioso subito dopo. Per alcune ore mi sono goduta molto la navigazione. [..] Proseguimmo poi per Iona dove attraccammo per una breve, frettolosa, e veloce esplorazione. Iona è interessante come la visita del monastero di San Columba. La sua antica cattedrale è ancora là. Di maggior interesse per me fu il luogo di sepoltura dei primi re scozzesi, dei quali circa sessanta, si dice, finirono con quel Duncan che fu ucciso da Macbeth. Sono stati sepolti in maniera molto semplice quei guerrieri dei tempi antichi. Là essi giacciono, nel loro cimitero isolano, sotto il cielo grigio. Né “urne celebrate, né cippi sfarzosi” segnano il loro luogo di riposo. Ogni tomba è coperta solamente da una lastra di logora pietra incisa. Non per questo però essi non dormono meno profondamente, cullati come sono dall’eterno mormorio delle onde attorno a loro. Mi sarebbe piaciuto trascorrere parecchi giorni a Iona, aggirandomi per conto mio tra le sue rovine infestate facendo conoscenza dei suoi abitanti. Vi è davvero ben poco piacere nel visitare in tutta fretta luoghi come quello, tra una folla di turisti blateranti ed esultanti. Per quanto mi riguarda, almeno, è necessaria la solitudine per potermi gustare luoghi simili. Devo essere sola o al più in compagnia di pochi “spiriti affini” affinché possa fantasticare e riflettere riportando in vita gli uomini e le donne che un tempo vivevano là e hanno reso famoso per sempre questo luogo.
Mentre leggevo queste righe rivedevo me stessa camminare, con gli stessi identici pensieri, per quel cimitero nell’Agosto 2016. Ma questa è un’altra storia.

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L’antico cimitero dell’abbazia di Iona – Foto scattata da me nel 2016

Dopo essersi trasferiti in Ontario, dove Ewan dovette ricoprire il ruolo di ministro nella Chiesa presbiteriana di St. Paul, Leaskdale, il 7 Luglio 1912 naque il loro primogenito: Chester Cameron Macdonald.
Sempre nello stesso anno, venne stampata la raccolta di racconti “Cronache di Avonlea“, ambientate nel fittizio paese dove avevano avuto luogo le avventure di Anne Shirley.
Nel 1914 Lucy partorisce il secondogenito, Hugh Alexander (nome dato in onore del padre defunto), che purtroppo non sopravviverà alla nascita; l’anno seguente, il 7 ottobre 1915, nascerà l’ultimo e terzogenito figlio, Ewan Stuart.
La Montgomery, durante la Prima Guerra Mondiale, fu una grande sostenitrice dello sforzo bellico e scrisse parecchi articoli di giornale sull’importanza del volontariato per aiutare i soldati al fronte e che la guerra era come una crociata per salvare la civiltà.  Affermò, in un saggio, che le donne sul fronte interno giocavano un ruolo e sforzo cruciale al pari degli uomini nella guerra, quindi scrisse riguardo l’ingiustizia di dare il voto ad uno e negarlo all’altro: divenne una sostenitrice del suffragio femminile.
Devastata e ossessionata dalla guerra, arrivò ad odiare il marito (che soffriva da tempo di uno stato cronico di melanconia) che non appoggiava e non si interessava alle questioni della politica del loro paese.
Nel 1918, Lucy venne colpita dall’epidemia d’influenza spagnola che per due anni tormentò gran parte del mondo; scrisse nel suo diario: “Ero stata a letto per dieci giorni, non mi sono mai sentita così male o debole nella mia vita“, continuando a ringraziare Dio per aver risparmiato la sua famiglia e averle fatto superare il calvario. La migliore amica della scrittrice, Frederica Campbell MacFarlane, non ebbe la stessa fortuna e morì di spagnola il 20 gennaio 1919; Lucy cadde in depressione e rimase sconvolta dall’indifferenza che il marito ebbe verso la morte di Frederica e verso il suo stato d’animo, tanto da spingerla al pensiero di chiedere il divorzio per poi ripensarci e cercare di far funzionare il suo matrimonio da brava cristiana.
Nel lungo periodo intercorso tra il 1917 e il 1928, la Montgomery si ritrovò, suo malgrado a dover affrontare un’enorme quantità di cause legali contro il suo ex editore, Louis Coues Page, proprietario della casa editrice L.C. Page & Company. Page era considerato una delle peggiori canaglie dell’editoria statunitense; un avido prepotente arrivista che maltrattava i suoi subordinati e, grazie al suo potere, faceva firmare contratti al limite dello sfruttamento agli scrittori che loro malgrado si appoggiavano alla sua azienda per lanciare la loro carriera. Una donna di campagna, scrittrice di libri per ragazzi, non possedeva la stessa furbizia imprenditoriale di un uomo d’affari di Boston, tant’è che alla pubblicazione della prima edizione di “Anna dai Capelli Rossi” incluse nel contratto una clausola che riduceva di molto le loyalties a lei spettanti. Questo è solo uno degli innumerevoli stratagemmi da “business man” che Page usò contro la Montgomery e, come scritto sopra, sfociarono in una lunga serie di denunce reciproche. Diffamazione, concorrenza sleale, diritti d’autore, inghippi burocratici sulle legislazioni canadesi e statunitensi; si arrivò addirittura a dover ingaggiare un perito che dovette, tra le altre cose, far luce sulla definizione di “rosso Tiziano” per i capelli di Anne. Insomma, undici anni di cause legali, undici anni di avvocati, undici anni durante i quali una cocciuta scrittrice canadese si oppose ai soprusi di un ricchissimo e malevolo imprenditore che aveva preso sul personale la questione. A conti fatti, nel 1928, gli oltre due lustri di battaglie nelle aule dei tribunali hanno visto Lucy uscirne trionfante, sia dal punto di vista legale, che economico.
Nel 1923, la scrittrice interrompe la saga di Anne per scrivere e pubblicare il primo romanzo della trilogia di “Emily dalla Luna Nuova” (un’altra orfanella che vive sull’isola del Principe Edoardo).

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Da sinistra: Lucy con i suoi due bambini – L’amica Frederica Campbell MacFarlane – L’editore Louis Coues Page – La copertina del romanzo “Il Castello Blu”

Ma ora voglio svelarvi perché il titolo di questo post è “Nel Castello di Lucy Maud Montgomery“.
Nel 1926, l’editore McClelland and Steward di Toronto, diede alle stampe l’unico e incompreso romanzo per adulti della ormai cinquantaduenne Lucy Maud Montgomery. Ormai famosa in tutto il mondo per essere una scrittrice di libri per bambini e ragazzi, l’arrivo sul mercato de “Il Castello Blu” spiazzò completamente la critica, che non ne diede recensioni favorevoli. La protagonista è Valancy Stirling, una ragazza che il giorno del suo ventinovesimo compleanno scopre di aver perso la chiave del suo Castello Blu, un mondo immaginario creato da lei per sfuggire alla triste realtà che è la vita.
Fissando la sua figura allo specchio, capisce di non aver mai vissuto veramente: il suo riflesso mostra una personcina scialba e scolorita, senza marito, che vive ancora con la madre tirannica nella vecchia casa di famiglia.
Ogni cosa che fa o che deve fare è sempre scandita e controllata dall’ingombrante e rigido “clan” Stirling che non smette mai di ripeterle quanto sia invece perfetta e bella la cugina Olive. Da svariato tempo, Valancy, è tormentata da un dolore fisico: decide di andare di nascosto da un medico e dopo pochi giorni scopre di avere una malattia cardiaca fatale. Questa sentenza di morte, però, la spingerà ad uscire dal suo bozzolo e cercare il suo “castello blu” nel mondo reale; da qui comincia la storia di questa giovane donna che decide di remare controcorrente in una società bigotta che si nasconde dietro false apparenze.
Questa società, che rinchiude Valancy in una gabbia d’oro, è la stessa in cui Lucy si sente rinchiusa da tempo. Iniziò a scrivere questo romanzo nel 1924, rimaneggiandolo più volte e scrivendo nei suoi diari quanto sia liberatorio inventare una storia diversa dal solito. Nel 1919, la melanconia del marito di Lucy peggiorò sempre più, fino cadere in un vero e proprio stato di depressione cronica; il revendo Ewan era un fervido credente e la sua fede era incentrata sull’idea della predestinazione. Lo stato depressivo in cui viveva da anni, lo portò a credere che Dio l’aveva abbandonato e lui non era più tra i suoi “eletti” con un posto assicurato in paradiso. Lucy iniziò ad avere paura dello stesso marito e cadere, di nuovo, anch’ella in depressione; Ewan iniziò a dire che sia lui che la moglie e i due figli non sarebbero mai dovuti nascere e che l’inferno li stava attendendo.
La scrittrice iniziò a ripensare al divorzio, ma sempre bloccata dalla paura di uno scandalo, in una società frivola e bigotta che la vedeva solo con la maschera di moglie di un reverendo.
Tra i suoi pensieri ritornò alla mente quell’amore tormentato, quel fantasma che non l’aveva mai lasciata e scrisse nei suoi diari: “Il mio amore per Herman Leard, anche se così incompleto, è.. un ricordo che non baratterei per nulla, tranne la vita dei miei figli e il ritorno di Frede“. Tra queste pagine definirà la vita di moglie di un ministro di campagna come “una rispettabile schiavitù“.
Il romanzo de “Il Castello Blu” (che in Italia è stato tradotto grazie alla casa editoriale “Jo March”) non era altro che la fuga mentale della stessa scrittrice; l’unico modo che aveva per sfuggire da questa vita schiacciante era il potere della sua mente e della sua penna che davano vita a personaggi che si ribellavano e vivevano la vita che lei non poteva avere.

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Da sinistra: Il reverendo Ewen e i due figli – Lucy e Ewan Stuart – Il primogenito Chester Cameron – Il terzogenito Ewan Stuart
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Da sinistra: Ewen e Lucy ormai anziani – Lucy nella sua ultima casa a Swansea – La tomba dei due coniugi al Cavendish Community Cemetery

Il ventiduenne Chester, il primogenito della coppia, mise tutta la famiglia sotto i riflettori dello scandalo: nel maggio del 1934 nacque Luella, una bambina concepita fuori dal vincolo matrimoniale. La compagna di Chester, pochi mesi dopo la nascita della figlia, tornò a vivere con i genitori; obbligati ad un matrimonio infelice, tra momenti altalenanti, nel 1940 divorzieranno. Chester morirà all’età di 51 anni, probabilmente la causa fu suicidio.
Nello stesso anno della nascita della nipote Luella, il reverendo Ewan (che era rimasto stabile dal 1926) manifesta un grave peggioramento della sua depressione, arrivando a parlare di suicidio e mettendo la famiglia in un grande stato di frustrazione. Nel mese di giugno, su decisione della moglie Lucy e del primogenito Chester, Ewan viene accolto in un centro per malattie mentali, dove rimarrà fino ad agosto senza miglioramenti.
La Montgomery, dopo il pensionamento del marito, decise di acquistare una casa a Swansea, sobborgo di Toronto (Ontario), che battezzerà “Journey’s End” (La fine del viaggio). Qui, Lucy, continuerà il suo lavoro di scrittrice concludendo la saga di Anne e aggiungendo alla sua lista molti altri romanzi.
Nemmeno gli ultimi anni di vita si rivelarono clementi con lei, schiacciata dal peso del marito malato, dai comportamenti deplorevoli del figlio Chester e dalla depressione come compagna di ogni giorno oltre la penna.
Si spense il 24 aprile 1942, all’età di sessantasette anni, per una trombosi coronarica; il giorno prima della sua morte, venne consegnato misteriosamente il suo ultimo lavoro al suo editore di fiducia, il romanzo “The Blythes Are Quoted“. L’editore decise di non pubblicarlo sia per rispetto verso la morte della Montgomery, sia per gli ideali della scrittrice, espressi tra le pagine, riguardo la Seconda Guerra Mondiale. Venne pubblicato postumo nel 2009.
Nel 2008, grazie alla nipote Kate Macdonald Butler, venne fatta luce sulla morte di Lucy Maud Montgomery: ormai depressa per la sua situazione famigliare, la scrittrice decise di togliersi la vita con una grossa dose di farmaci.
Nel mese della sua morte, Aprile, io voglio ricordarla per il grande bagaglio letterario di cui ci ha fatto dono: un’anima affine a tutte le persone che non vogliono mai abbandonare la fantasia, nonostante le difficoltà della vita.
Tra i suoi ricordi di bambina, c’era un ritaglio di giornale di una poesia intitolata “Alla Genziana a frange“, che incollò sulla cartella dove scriveva le sue lettere e saggi scolastici. Recitava i seguenti versi:

“Poi un sussurro fiorisce dal tuo sonno
Come posso scalare
Il sentiero alpino, così duro, così impervio,
Che conduce a vette sublimi;
Come posso raggiungere il lontano traguardo
Di una vera e onorata fama,
E scrivere sulla lucente pergamena,
Un umile nome di donna”

Il titolo dell’autobiografia di Lucy è proprio “Il sentiero Alpino” (edito da Flower-ed), per ricordare che ogni vetta da raggiungere costa fatica prima che successo.
A te Lucy, grazie di cuore
Jessica.

(La ragazza nell’immagine copertina sono io, scatto originale di Giordano Pinna)

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4 risposte a "Nel castello di Lucy Maud Montgomery"

  1. Meravigliosa descrizione di luoghi, sentimenti, emozioni. Mi ha fatto sentire la mancanza di Anna e del suo mondo così lontano, ma ancora così vicino. Grazie.

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